Come ne usciremo? L’impatto psicologico del covid in ambito lavorativo.

di | 22/02/2021

Stiamo vivendo in un periodo molto particolare e totalmente inaspettato. Chi di noi a gennaio 2020 avrebbe pensato che tutto quello che stiamo vivendo sarebbe stato possibile?

Le limitazioni che tutti abbiamo subito a causa del covid-19 hanno creato una quantità di emozioni alle quali non eravamo preparati. Oltre al carattere individuale, queste emozioni si sono manifestate a livello collettivo. Quelle che possiamo ritrovare nei racconti di precedenti epidemie sono sempre le stesse: paura, sfiducia e incertezza. In questo caso però si è aggiunta la rabbia, forse perché ci eravamo convinti che il progresso ci avesse messo al sicuro da questo genere di rischi o forse perché, a differenza delle generazioni precedenti, crediamo di avere il controllo su quanto ci succede.

Le regole che ci sono state imposte per limitare la diffusione della pandemia con il tempo, hanno creato una nuova normalità. Le distanze, le norme di sicurezza, la limitazione della libertà, hanno avuto un pesante impatto sulle persone, le famiglie, le aziende e le comunità, che potrebbe perdurare per anni.

Questa pandemia, da diversi punti di vista (medico, psicologico, sociologico, economico) può essere vista come un enorme esperimento, un caso di studio sulla natura umana come non ne abbiamo mai vissuti, per l’impatto mondiale e per i tempi brevissimi nei quali si è diffusa.

Chi si reca sul posto di lavoro vive una differente esperienza rispetto alla situazione pre-covid: paura, difficoltà a mettere in pratica le norme di sicurezza, distanziamento dai colleghi.

Le persone che lavorano da casa sono esposte a rischi psicosociali, come l’isolamento, alla perdita dell’equilibrio tra lavoro e famiglia, lo stress legato all’impreparazione di aziende e lavoratori.

I lavoratori subiscono poi anche la paura di perdere il lavoro e le difficoltà economiche legate a una remunerazione spesso inferiore. L’insicurezza, i problemi economici e la disoccupazione possono avere un forte impatto sulla salute mentale.

I rischi psicologici legati al covid sono stati messi in secondo piano rispetto al problema sanitario, l’aumento dello stress può portare a problemi di salute fisica e mentale. Le persone devono affrontare una bassa motivazione, un peggioramento dell’umore, ansia, rischi di esaurimento, depressione e burnout, oltre a tutte le reazioni fisiche legate allo stress.

I lavoratori si trovano inoltre a dover organizzare la vita familiare e domestica, prendersi cura di figli e altri familiari non autosufficienti, che prima potevano essere seguiti anche da altre persone o strutture. Hanno visto ridursi gli spazi di socialità in azienda e si sono spesso trovati a dover gestire una situazione di smartworking in spazi limitati da dover condividere con partner, bambini o coinquilini.

La chiusura delle scuole e l’interruzione dei servizi di assistenza domiciliare creano ulteriore stress e difficoltà à conciliare lavoro e famiglia.

Lo studio delle emozioni collettive è uno strumento importante per comprendere l’impatto della pandemia sulla nostra società e su quanto quello che abbiamo passato condizionerà gli anni a venire.

Nell’aprile 2020 è stato lanciato un sondaggio online internazionale con l’obiettivo di verificare l’impatto delle restrizioni legate al covid-19 sullo stile di vita delle persone, in particolare sull’attività fisica e sui comportamenti nutrizionali. I risultati mostrano un effetto negativo del confinamento domiciliare su attività fisica e comportamenti alimentari, un aumento della sedentarietà e una tendenza all’alimentazione malsana (Ammar 2020). Un’altra analisi, basata su tredici studi per un totale 33.062 partecipanti, ha trovato alti livelli di ansia e depressione nel personale sanitario (Pappa 2020).

Diverse altre indagini, in molti stati diversi, hanno trovato una significativa riduzione della soddisfazione di vita.

Molte persone hanno subito perdite di persone care, sopportato le difficoltà della malattia o dovuto fare i conti con pesanti difficoltà economiche come la perdita del lavoro, ma anche chi non ha subito danni diretti prova un dolore condiviso nel vedere il dolore delle altre persone. La perdita delle nostre certezze, del controllo sulla nostra vita, della nostra libertà della convinzione di poter proteggere la nostra famiglia, si uniscono alle perdite umane in un lutto collettivo che dovremo affrontare a livello personale e di gruppo. Il lutto non riguarda però solo quello che perdiamo, ma anche la perdita della nostra identità.

Affrontare un lutto prevede di attraversare delle fasi che non sono però lineari e neppure necessariamente in un ordine definito. Il lutto collettivo è una situazione che, benché già vista in altri periodi storici (es. la fine di una guerra) non ha un percorso certo. Viviamo a livello di singoli le fasi di negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione, ma a livello di gruppo le cose sono molto più complesse e non possiamo prevederne l’evoluzione.

L’ansia e la paura sulla possibilità di essere colpiti da una minaccia vengono amplificate dall’incertezza. Le persone cercano di ridurre la sensazione di disagio incolpando i governi o altri poteri esterni che avrebbero dovuto adottare misure più adeguate. Un altro modo per combattere la paura è rifiutare la pericolosità della situazione in una negazione che può diventare anche molto pericolosa.

Incolpare gli altri per la situazione nella quale ci troviamo permette di sostituire la paura con la rabbia. Spesso questo meccanismo mentale è associato al pensiero populista che incolpa il governo per la situazione, senza analizzarla veramente o portare proposte alternative.

Nell’ambito di una ricerca effettuata dal progetto Demos (un think tank inglese indipendente) è stata studiata l’ansia collettiva relativa al covid-19 in quattro paesi europei (Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito). Come previsto, le persone provenienti dai paesi più colpiti sono risultate le più ansiose.

Le persone più ansiose rivolgono la loro rabbia anche nei confronti dei trasgressori delle norme di sicurezza e anche in questo caso la paura alimenta la rabbia. La rabbia, soprattutto quando irrazionale, necessita di trovare un obiettivo, ed ecco che si rischia di ribaltare la propria frustrazione sul primo obiettivo a disposizione.

Ci sono state proteste in molti stati, fatte da persone che vedono le restrizioni come violazione delle libertà personali e dei diritti civili, o per attirare l’attenzione su categorie sulle quali l’impatto economico è stato maggiore. Il covid-19 non è però l’unico argomento di discussione: gli altri temi per i quali la gente ritiene di doversi mobilitare non hanno subito un calo d’interesse.

Non sappiamo quali saranno gli effetti a lungo termine di questa pandemia dal punto di vista psicologico e sociale, ma un ritrovato desiderio di partecipazione alla vita pubblica potrebbe essere di aiuto nell’elaborazione collettiva del lutto.

I datori di lavoro si sono trovati ad affrontare molti problemi contemporaneamente, relativi a loro stessi (e l’organizzazione della loro famiglia), ai lavoratori, a clienti e fornitori, alle scelte relative alla sicurezza, ai problemi finanziari. L’incertezza è presente in tutti i contesti, tutto è in continuo mutamento. Cambiano inoltre le modalità di comunicazione ed è necessario utilizzare modi diversi per comunicare, sia con chi lavora da casa che con chi continua a frequentare il luogo di lavoro.

I lavoratori spesso trascorrono più tempo al lavoro che con la famiglia. Diventa quindi molto importante che i datori di lavoro mettano in atto politiche di sostegno e riduzione dello stress. Le persone, disorientate e arrabbiate hanno bisogno di aiuto, supporto, apprezzamento, incoraggiamento, ma anche di essere coinvolte nella situazione e nelle decisioni aziendali. Il futuro delle aziende dipende molto da come i datori di lavoro sapranno gestire il personale in questo periodo in particolare.

(Alberto Viotto)

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