Vai al contenuto

Cultura in Impresa

Ambiente lavorativo3 min di lettura

Qual è il costo nascosto della disoccupazione?

Il lavoro dà struttura al tempo, contatti, scopo, identità e attività: perdere queste funzioni latenti pesa più di quanto dicano gli indicatori economici.

di Alberto Viotto · Pubblicato il · Aggiornato il

Nei periodi di crisi l’aumento della disoccupazione è un fenomeno che viene trattato spesso. Vengono però presi in considerazione solo gli effetti economici della mancanza di lavoro sugli individui.

Il problema è solo economico o ci sono altri risvolti che stiamo evitando di vedere?

Il modello della deprivazione latente di Jahoda suggerisce che l’occupazione abbia effetti psicologici positivi sull’individuo e che la sua mancanza provochi effetti negativi su vari fronti.

Le persone cercano lavoro per la necessità di guadagnare e provvedere alla soddisfazione dei propri bisogni. Questa è la funzione manifesta del lavoro, ad essa però si associano anche cinque funzioni latenti:

  1. Struttura del tempo: il nostro tempo (come qualsiasi cosa) ha maggior valore quando è scarso. L’imposizione di un impegno temporale stabile ci permette di organizzare la nostra giornata, ottenendo un senso di sicurezza e una valorizzazione del tempo libero.
  2. Contatto sociale: allarga la nostra possibilità di avere relazioni che vanno al di fuori del numero ristretto di persone accessibili tramite i nostri contatti più stretti.
  3. Scopo collettivo: permette di dare significato alle nostre azioni attraverso finalità condivise.
  4. Identità sociale (status): ci fornisce uno status sociale che permette di sostenere la nostra identità personale, indipendentemente dall’importanza del lavoro.
  5. Attività regolare: l’attività regolare, regolamentata e frequente ci tiene attivi, dà sicurezza ed aiuta a sviluppare capacità e autoefficacia.

Gli effetti negativi sono misurabili nei casi più gravi: secondo le stime di Brenner, a ogni aumento del 10% della disoccupazione si associa:

  • Incremento dell’1,2% della mortalità totale
  • Incremento dell’1,7% della mortalità legata a problemi cardiovascolari
  • Incremento dell’1,7% del numero dei suicidi

Si verificano inoltre incrementi notevoli su reati violenti e su problemi mentali.

M. Harvey Brenner, “Influence of the Social Environment on Psychology: The Historical Perspective,” in Stress and Mental Disorder, ed. James E. Barrett (NY: Raven Press, 1979)

Sulla mortalità, una meta-analisi di 42 studi, con dati su oltre 20 milioni di persone, ha stimato per i disoccupati un rischio di morte superiore del 63% rispetto agli occupati, a parità di età e di altre variabili (Roelfs e colleghi, 2011); l’associazione si riduce negli studi che tengono conto dei comportamenti legati alla salute.

Queste percentuali sono inoltre legate all’età dei soggetti, aumentando in maniera significativa con gli over 50. La correlazione tra casi di suicidio e disoccupazione in questa fascia di età è particolarmente evidente nei dati britannici dell’ONS (Office for National Statistics):

Grafico 1993-2012: tasso di suicidio maschile a 45-59 anni e quota di disoccupati di lunga durata

Quello che non è facilmente misurabile è il livello di disagio di tutti i disoccupati. Una stima d’insieme viene da una meta-analisi di 237 studi trasversali e 87 longitudinali: tra i disoccupati le persone con problemi psicologici sono in media il 34%, contro il 16% tra gli occupati (Paul e Moser, 2009).

L’occupazione è l’unica attività nelle società moderne in grado di provvedere a tutte e cinque le funzioni latenti in misura sufficiente. La partecipazione a gruppi religiosi, volontariato, ecc., fornisce queste funzioni solo in parte ed in modo non stabile. Attività sostitutive hanno quindi un impatto limitato sulla riduzione del disagio dei disoccupati.

L’impatto della crisi economica in ambito sociale è quindi più profondo di quanto gli indicatori economici ci possano suggerire e questi costi nascosti andrebbero tenuti in considerazione.

(Alberto Viotto)

Argomenti: disoccupazione, lavoro