
IA al servizio della scrittura: i vantaggi dell’intelligenza artificiale nella produzione di contenuti
Un bilancio dopo tre anni di uso in azienda: quali vantaggi della scrittura assistita hanno retto, quali promesse erano eccessive e che cosa mancava.
di Alberto Viotto · Pubblicato il · Aggiornato il
Articolo scritto a maggio 2023 e rivisto a ottobre 2026.
Quando ho scritto la prima versione di questo articolo, nella primavera del 2023, gli strumenti capaci di produrre un testo a partire da una richiesta in linguaggio naturale erano una novità, e veniva naturale farne l’elenco dei vantaggi. Tre anni dopo sono entrati nel lavoro quotidiano di chi scrive in azienda: l’ufficio marketing, il commerciale che prepara un’offerta, il professionista che manda una circolare ai clienti. La tesi di allora mi sembra ancora valida. L’intelligenza artificiale è un aiuto concreto per chi deve produrre contenuti. Ma l’elenco va riletto con l’esperienza accumulata nel frattempo, perché alcuni vantaggi hanno retto bene, altri erano promesse troppo generose, e di un paio di questioni importanti allora non parlavo affatto.
I vantaggi che hanno retto
Il primo è il tempo, e resta il più evidente. Una scaletta, una prima stesura, tre varianti di un titolo, il riassunto di un documento lungo: lavori che richiedevano un’ora oggi ne richiedono pochi minuti. In un esperimento con 453 professionisti laureati alle prese con compiti di scrittura tipici del loro mestiere, chi poteva usare ChatGPT ha impiegato in media il 40% di tempo in meno, e i suoi testi sono stati giudicati migliori (Noy e Zhang, Science, 2023). Chi scrive per mestiere sa che la parte più faticosa è spesso l’inizio, e avere davanti una bozza da correggere, anche mediocre, è molto diverso dall’avere davanti una pagina vuota. Il tempo risparmiato però non sparisce: in buona parte si sposta dalla stesura alla rilettura, e conviene metterlo in conto fin dall’inizio.
Il secondo riguarda la lingua. I modelli linguistici scrivono in un italiano grammaticalmente corretto, individuano refusi, ripetizioni e incongruenze, e sanno riformulare un passaggio tecnico in parole comprensibili a chi non è del mestiere. Per un’azienda che deve spiegare un prodotto complesso a clienti non specialisti, o per uno studio che deve tradurre una norma in indicazioni pratiche, è un servizio prezioso.
Il terzo è l’adattamento. Lo stesso contenuto può essere riscritto per pubblici diversi, in registri diversi e in lunghezze diverse, e un modello a cui si forniscono le linee guida aziendali e qualche esempio riesce a mantenere un tono uniforme fra un testo e l’altro. Le schede di un catalogo, le risposte ricorrenti dell’assistenza, le versioni di una stessa comunicazione per canali diversi sono lavori ripetitivi in cui l’aiuto è reale e il rischio contenuto.
Il quarto è il confronto. Usato come interlocutore, più che come autore, un modello propone angolazioni a cui non si era pensato, solleva obiezioni, segnala i punti in cui un ragionamento non fila. Nel 2023 parlavo di «creatività potenziata»; oggi direi, con meno enfasi, che è utile avere qualcuno a cui far leggere una bozza a qualunque ora, sapendo che le decisioni restano a chi scrive.
Le promesse da ridimensionare
Scrivevo allora che l’intelligenza artificiale può aiutare a raccogliere informazioni da fonti affidabili, e che può generare articoli su larga scala senza compromettere la qualità. Sono le due affermazioni che oggi non riscriverei così.
La prima trascurava il difetto più serio di questi sistemi: producono con la stessa sicurezza frasi vere e frasi false. Il fenomeno ha ormai un nome anche nei documenti tecnici ufficiali. Il profilo di rischio sull’intelligenza artificiale generativa pubblicato nel 2024 dal NIST, l’istituto statunitense per gli standard e la tecnologia, lo chiama «confabulazione» e lo descrive come la tendenza a generare e presentare con sicurezza contenuti errati o falsi, compresi ragionamenti e citazioni costruiti per giustificare la risposta. Una percentuale, una data, il nome di un autore, il riferimento a una sentenza o a uno studio possono essere inventati di sana pianta, e nulla nella forma del testo lo segnala. Per chi scrive in azienda la conseguenza è pratica: ogni dato e ogni fonte che compaiono in una bozza generata vanno aperti e controllati prima della pubblicazione.
La seconda promessa, la scala, si è rivelata vera a metà. Produrre cento bozze in un pomeriggio è possibile. Pubblicarle senza che qualcuno le abbia lette è un’altra faccenda, e l’esempio che facevo allora, il sito di notizie aggiornato in automatico senza una redazione, è proprio il caso in cui gli errori arrivano al pubblico. C’è poi un effetto sulla visibilità. Le norme antispam di Google classificano come abuso la generazione di molte pagine fatta soprattutto per manipolare il posizionamento, e fra gli esempi citano espressamente l’uso di strumenti generativi per creare molte pagine senza valore aggiunto per gli utenti. Il criterio dichiarato è l’utilità per chi legge, comunque il testo sia stato prodotto, e la quantità da sola non la garantisce.
Chi firma risponde
Un articolo aziendale porta un nome: quello dell’autore, o quello dell’impresa. Se contiene un dato sbagliato, il lettore non se la prende con lo strumento, e ha ragione. La responsabilità di ciò che viene pubblicato resta per intero a chi lo pubblica, ed è bene che in azienda sia chiaro chi rilegge, chi verifica e chi dà il via libera, soprattutto quando i testi parlano di prezzi, di scadenze, di norme o di salute.
C’è poi la questione della voce. I testi generati tendono a una prosa media, corretta e intercambiabile, e chi legge molto ha imparato a riconoscerla dopo poche righe. Un esperimento sulla scrittura di racconti va nella stessa direzione: le storie scritte con le idee suggerite da un’IA generativa sono state giudicate scritte meglio, ma sono risultate più simili fra loro di quelle scritte senza aiuto (Doshi e Hauser, Science Advances, 2024). Un blog aziendale ha senso se dice qualcosa che il concorrente non potrebbe dire con le stesse parole: un caso seguito di persona, un errore commesso, un’opinione su cui ci si espone. È materiale che nessun modello possiede, e che va messo dentro da chi scrive. Per questo la divisione del lavoro che mi sembra più sensata è quella in cui la persona porta l’esperienza, la tesi e il controllo dei fatti, e affida allo strumento ciò che sa fare meglio: ordinare, riformulare, accorciare, correggere.
Le regole europee sulla trasparenza
Nel 2023 il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale era ancora in discussione. Oggi è in vigore, e i suoi obblighi di trasparenza, contenuti nell’articolo 50, sono applicabili dal 2 agosto 2026. Per chi produce contenuti i punti da conoscere sono tre.
- I fornitori dei sistemi che generano testo, immagini, audio o video devono fare in modo che i risultati siano marcati in un formato leggibile dalle macchine e riconoscibili come generati artificialmente. L’obbligo non riguarda i sistemi che svolgono una funzione di assistenza alla redazione ordinaria o che non alterano in modo sostanziale ciò che l’utente ha fornito.
- Chi utilizza un sistema per produrre immagini, audio o video che riproducono in modo ingannevole persone o fatti reali (i cosiddetti deepfake) deve dichiarare che il contenuto è stato generato o manipolato artificialmente.
- Chi pubblica un testo generato o manipolato dall’intelligenza artificiale allo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico deve dichiararlo. L’obbligo viene meno quando il contenuto è stato sottoposto a revisione umana o a controllo editoriale e una persona, fisica o giuridica, ha la responsabilità editoriale della pubblicazione.
L’ultimo punto riguarda da vicino chi scrive. La norma indica il confine nello stesso posto in cui lo mette il buon senso: un testo riletto e verificato, di cui qualcuno si assume la responsabilità, è trattato diversamente da un testo generato e pubblicato così com’è. Resta da capire, caso per caso, che cosa rientri fra le «questioni di interesse pubblico». La Commissione europea sta accompagnando l’applicazione con linee guida e con un codice di buone pratiche ad adesione volontaria, e per le situazioni dubbie conviene partire da lì o da un parere legale.
In conclusione
A distanza di tre anni confermo la sostanza di quello che scrivevo: per chi scrive in azienda l’intelligenza artificiale fa risparmiare tempo, migliora la forma e aiuta a ragionare. Correggo la proporzione. Il vantaggio si ottiene per intero soltanto se la verifica dei fatti e l’ultima parola restano a una persona che conosce l’argomento e che mette il proprio nome sotto il testo. Usata per pubblicare senza leggere produce testi che nessuno ha davvero scritto, e prima o poi i lettori se ne accorgono.
Argomenti: chatgpt, comunicazione, intelligenza artificiale, lavoro, marketing, scrittura